Guerra in Libia, patrimonio rischia distruzione

Con la guerra, dopo la tragedia per la morte delle vittime civili, anche l’immenso patrimonio archeologico della Libia rischia la distruzione. Il timore espresso da molti archeologi è che venga usato come forma di pressione e di rivendicazione

Le grandi aree museali a cielo aperto del nord del Paese potrebbero infatti essere colpite dagli attacchi. E l’Unesco non può far nulla per salvarle.

“Non sorprenderebbe se ora, di fronte ad una vasta propaganda contro l’Italia, ci fosse un gesto dissennato contro i siti”, lancia l’allarme Savino Di Lernia, responsabile della missione archeologica Italo-libica nell’Acacus e nel Messak.

Nel nord della Libia, spiega all’AdnKronos, “sono concentrati le vestigia monumentali del Paese: le città fenice e puniche, greche e romana, quelle che hanno maggiori resti visibili e che sono state musealizzate. E che spesso, in particolare per i resti delle città romane, sono state utilizzate per sottolineare alternativamente l’amicizia o l’inimicizia tra la Libia e l’Italia. Penso, nella fattispecie, di Sabratha, che si trova vicino a Tripoli dove si sono verificati alcuni scontri. Ma mi riferisco anche a Leptis Magna che si trova a metà strada tra Tripoli e Misurata e a Cirene, nel cuore della Cirenaica. Siti inseriti nella lista dell’Unesco”. 

Di Lernia sottolinea che “il primo problema per molti di questi siti e’ che sono stati inglobati nelle città e delle periferie urbane: da questo punto di vista Sabratha e Cirene sono due punti critici. Potrebbero essere colpiti da una bomba intelligente oppure essere il teatro di scontri”.

“Il secondo aspetto da non sottovalutare è che i siti potrebbero essere utilizzati come una forma di ritorsione contro il turismo che per i libici rappresenta un asset produttivo. In situazioni di conflitto il patrimonio artistico può diventare merce di scambio. Ma può essere impiegato per affermare o negare l’identità libica”. I siti sensibil, insomma, sono sulla costa mentre “quelli nel sud-ovest e del sud-est, famosi per un’archeologia molto antica e per l’arte ruprestre preistorica sono più al sicuro”.

Un dato, comunque, appare certo. Gli occidentali non possono “salvare” il patrimonio artistico dell’Unesco. “L’Unesco, infatti, ricorda l’archeologo, “ha un margine d’azione piuttosto basso. In realtà, nessun intervento può essere messo in cantiere se non richiesto dal Paese che ospita i beni archeologici”.

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